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Skuba Libre. Gastroscopia

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INTERVISTA ESCLUSIVA
– Dalla fame d’aria, percepita come un
non saziarsi mai del mondo che ci circonda, alla musica come ultima luce per chi come Skuba vede ancora nelle parole e nel saperle comunicare l’ultima e forse unica via d’uscita.

Qualche settimana fa è uscito il singolo Gastroscopia con tanto di videoclip girato da Christian Antonilli, che anticipa di qualche mese l’uscita del nuovo disco.
Incontriamo Skuba e gli chiediamo un po’ di cose sul suo prossimo lavoro e sul rap in generale.

Sono passati già 19 anni da quando hai deciso di fare della musica il tuo mestiere. L’anno prossimo si potrà parlare del ventennio di Skuba?
In un modo o nell’altro resisto da 19 anni. Cerco di dare una forma a quello che faccio e non è mai del tutto semplice.
Iniziai prima da solo, poi arrivò quasi subito la collaborazione con i gemelli (Ira Funesta ndr) e con il progetto ilrap.com con Double GJ. Finché, come in un gioco di ruolo, ognuno prese la propria strada sviluppando le singole abilità. Sono felice di quello che oggi ho. Le cose che il mondo della musica mi ha dato sono molte e anch’io sento di aver dato tanto e so anche che posso fare ancora molto. Forse è questo che mi spinge a resistere. E uso il termine “resistere” perché molti credo avrebbero già lasciato.

Quanto e in che modo è cambiato il rap da quando tu hai iniziato? È la società che cambiando ha dettato le nuove regole del rap, oppure è quest’ultimo che ha definito delle linee guida, degli stili che poi la società ha preso a modello?
È stato uno scambio come sempre accade, però Il rap indubbiamente ha anche offerto un modello evidente in termini soprattutto di comunicazione. Negli anni Il rap è cambiato, asciugando sempre di più la “parola” e la “materia fonica” rendendo i pezzi musicali quasi delle onomatopee.
Oggi si mira di più a lanciare nomi, marchi. Immaginala come una enorme istantanea della società. Tante immagini stile Andy Warhol. È la dicotomia della modernità e della globalizzazione in cui chi compra diventa allo stesso tempo chi pubblicizza e così via.


In questo contesto entra quindi in modo prepotente il tuo ultimo singolo “Gastroscopia”. Anche questa è una istantanea della parte più interiore dell’essere umano. Dopo quello che ci siamo detti, come hai deciso di far parte di questo nuovo modo di comunicare? Una comunicazione molto ridotta rispetto ai tuoi testi invece pieni di parole, con le quali hai sempre saputo giocare.
Le nuove generazioni sono forse meno abituate ai discorsi e ai periodi lunghi, per non parlare di strutture linguistiche e punteggiatura che stanno ormai scomparendo. Io credo che il rap sia un po’ come il teatro: si basa sul tempo, sul ritmo e non credo che si possa asciugare più di tanto. La parola fa parte della comunicazione, ed è una parte fondamentale. Il rischio potrebbe essere quello di rendere tutto questo un mondo troppo sintetico e autoreferenziale e quindi allontanarsi invece dall’obiettivo che è del rap stesso, così come della musica in generale, ovvero comunicare a più persone possibili. Bisognerebbe invece averlo sempre in mente e  farlo in maniera sincera. Sempre.

Se le cose stanno così allora, si può quindi leggere in maniera più approfondita la tua partecipazione ad Italia’s Got Talent?
Si, a posteriori posso dirti che è stato uno dei tanti canali che mi ha permesso di arrivare a più gente possibile. È successo quasi per caso e all’inizio l’ho vista comunque come un’occasione.
È stata una bella esperienza anche perché comunque mi hanno permesso di esprimermi in piena libertà fin da subito.

Il nuovo disco uscirà in autunno. Che cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo lavoro?
Con il disco precedente “Fame D’Aria” avevo voglia di esplorare quella musica “cotta e mangiata” un po’ “sporca”, Il nuovo lavoro che si intitolerà “L’Ultima Luce” per l’etichetta THE BEAT PRODUCTION sarà invece molto più curato sia nei testi che nel sound, grazie anche alla collaborazione con Fish. Dalla fame d’aria, percepita come un “non saziarsi mai”del mondo che ci circonda, alla musica come “ultima luce” per chi come Skuba vede ancora nelle parole e nel saperle comunicare, l’ultima e forse unica via d’uscita.

 

intervista di Paolo Toselli

 

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