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Francesco Taskayali. Wayfaring

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È uscito Wayfaring il quarto album della giovane promessa del pianismo internazionale
– INTERVISTA ESCLUSIVA

Pianista e compositore ma soprattutto giovane e talentuoso cittadino del mondo, Francesco Taskayali è pronto a celebrare la più recente tappa del suo cammino artistico con l’uscita del nuovo album Wayfaring , quarto lavoro in studio, disponibile in tutti gli store.

Ascoltando il tuo nuovo album vieni avvolto da suoni mediterranei  che rivelano un sapore urbano, di mercati caotici in lontane metropoli multiculturali, mi è piaciuto molto, parlami della sua realizzazione.
Dentro questo album ci sono due anni di lavoro, tanto studio, tanti viaggi, anche tante collaborazioni. A volte si entra in un loop in cui alla fine si finisce per comporre per la critica quando invece ci sono tracce come Emel e Taksim che sono brani composti così di getto senza pensare troppo all’architettura che c’è dietro. Sono tracce molto semplici. Pressano il fianco a qualsiasi tipo di critica.

Quanto ha influito l’esperienza del viaggio nella tua produzione musicale? tu che sei un po’ cittadino del mondo…
Tanto. Ad esempio Black Sea è frutto dell’incontro con un violinista turco e improvvisando con lui abbiamo lavorato su canzoni popolari che ci sono dentro, le stesse che suonava mio padre quando ero ragazzino. Taksim è composto a taksim, Emel e 3am sono legate ad Istanbul, Cihangir al quartiere dove ho vissuto a Istanbul appunto, poi Vienna a Vienna. Bazar in realtà viene dal Lago di Garda e un giorno, improvvisando, è uscito questo brano dove c’è una nota ripetuta che rappresenta una goccia che cade perché stava diluviando. Poi l’incontro con Ale Bavo e ci siamo messi a lavorare su quattro brani.

Parlaci della collaborazione con INRI Classic. Come nasce?  Sappiamo che INRI ha già lanciato artisti del calibro di Levante e Alberto Bianco solo per citarne alcuni. Perché hanno scelto proprio Francesco Taskayali?
Ho conosciuto Pietro Camonchia di INRI nel 2015 il primo giorno in cui mi sono trasferito a Milano, dopo aver mandato una quarantina di email ad agenzie di management e lui mi ha chiesto di vederci per un colloquio. Sono arrivato nella vecchia sede di INRI con il mio trolley, lui pensava fossi in viaggio invece gli dissi che mi ero appena stabilito a Milano, da qualche ora per l’esattezza.
Una volta conosciuti mi chiese di fare un disco con lui, io già ne avevo fatti tre e non avevo nessuna voglia di farne un altro. Poi è passato parecchio tempo da quell’incontro fino a quando, per caso, tornato da Los Angeles, l’ho rivisto a Termini sullo stesso binario per prendere il treno verso Milano e siamo finiti sullo stesso vagone. Era Giugno 2016 e lui mi ha detto “voglio un tuo disco!”. E quindi io mi sono messo a lavorare durante l’estate e ho cercato di chiudere il tutto il prima possibile. Qualche tempo dopo a Milano, avevo un concerto a La Feltrinelli, dove ritrovo Pietro ma anche Paolo della Warner music che aveva saputo del concerto e si è presentato. Mi è venuto un colpo perché ho pensato che incontri così possono capitare solo in America. Paolo mi chiese se già avevo un contratto con qualcuno. Io non avevo nessuno contratto ma il lunedì successivo avrei dovuto vedere Pietro.
Era un sabato sera.  C’è stata una sorta di trattativa con i due ma alla fine ero indeciso, non sapevo con chi andare. Ho pensato perché non prenderli tutti e due? Allora li ho messi in contatto e così Warner classic ha trovato INRI ed è nata la collaborazione che poi ha preso il nome INRI Classic. Quindi io sono INRI con licenza Warner. Il mio management è forte, sono bravi ragazzi.

Cosa ne pensi dell’attuale scena musicale italiana, il passaggio talent/talento come lo vedi? Quali i pro e quali i contro del fenomeno mediatico?
Io credo che i talent siano nient’altro che un format televisivo, nulla di più. Dietro c’è l’industria televisiva, non tanto quella musicale. La fretta di voler chiudere un successo è il difetto di riuscire a comporre qualcosa che resti poi nel tempo e nella storia. Forse la TV mette troppa fretta, penso che sia questo il problema. Però a questo punto cito Levante che sostiene sia uno dei tanti mezzi per incoronare un successo. Il successo mediatico e anche un vasto popolo di followers è cosa comune tra gli artisti americani, tra quelli italiani è invece visto male, non so il perché. Alla fine non credo che Chiara Ferragni se facesse un disco venderebbe tanto nonostante i followers su instagram. Non credo che parteciperei mai a un talent show. C’è distinzione tra il mercato musicale e la spinta che ha un artista nel comporre qualcosa che sente per cercare di comunicare un messaggio. Dal mercato discografico e da quello televisivo non puoi aspettarti nient’altro che provare a vendere in tutti i modi e quindi forse c’è anche interesse a non far entrare veri cantautori nei format ma semplicemente dei coveristi che magari sono bravissimi a cantare ma che di fatto non sanno scrivere o almeno è raro vedere il vero cantautorato. Alla fine sul lungo termine vince sempre la musica, non la campagna di marketing e il brano che resta è quello che piace alle persone. Mi piace tanto questo movimento indie che si sta imponendo da un paio di anni, completamente distaccato dai talent e nel mio settore siamo veramente in pochi.

Non trovi che alcuni generi musicali facciano fatica a permeare il tessuto artistico italiano. Nomi internazionali che spopolano all’estero qui sono quasi sconosciuti.  Òlafur Arnalds, Nils Frahm, Esperanza Spaldig per nominarne alcuni. Come ce la spieghiamo questa cosa secondo te?
È una cosa che ho riscontrato anche io andando a suonare all’estero. Ad esempio mi è capitato a Hong Kong e in Ucraina di avere tantissimo seguito. Ho un target di pubblico di ventenni, sono tantissimi. In alcuni paesi è facile riscuotere consensi, mettono un violino in mano a tutti i ragazzini verso i dieci anni e quindi hanno una cultura musicale anche classica contemporanea. Qui ai giovani facciamo suonare il flauto… è sempre un discorso legato alla cultura, certo fa ben sperare anche il fatto che la musica indie stia prendendo piede, che ti devo dire.  Eppure con il mio progetto in cui non canto e presento solo pianoforte sto avendo dei feedback molto positivi e a me fa molto piacere. Sicuramente sarà una nicchia di mercato, come quella di Einaudi, di Allevi… Non sogno di diventare famoso, mi basta riempire il teatro (sorride).

Come non chiederti quali sono i tuoi artisti preferiti Indie?
Per patriottismo mi sento Calcutta anche se lui in realtà dice di odiare Latina. Mi sta simpatico. E poi sempre per patriottismo Levante, anche se mi piace ancora di più Bianco, che sta nella mia playlist di spotify. Ascolto molto John Hopkinse  mi piace tanto anche Nils Frahm.

Dopo tanto viaggiare per il mondo quanto senti il bisogno di affrontare un bel tour tutto italiano?
Mi piacerebbe fare un tour di festival piuttosto che sopportare un tour di teatri da solo, non credo di avere i numeri. Però Sì! Mi piacerebbe tanto e tra l’altro me lo farei tutto in macchina.

Prossimi appuntamenti?
Tra qualche settimana a la Feltrinelli di Torino, a Porta Nuova. Poi il 24 a Milano, ai Navigli. Il 7 luglio dovrei suonare a Latina in un concerto di beneficenza al Miramare. C’è in progetto un concerto per il 10 agosto in occasione della Notte di San Lorenzo. Tutto il resto è upcoming.

Hai in programma una vacanza per l’estate?
No. La mia vita è una perenne vacanza (ride).

 

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intervista di Federica Velli

 

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